La Storia

Gli antichi Enotrii, provenienti dalla piana di Sant’Eufemia e da Clampetia (Amantea) fondarono nei pressi del fiume da essi denominato Acheronte, la primitiva Acheruntia, “le case dei forti presso le acque del fiume” e successivamente Pandosia. La florida zona era però inadatta alla difesa durante le guerre che in quel periodo si susseguivano numerose, alcuni Acheruntini abbandonarono quei luoghi per rifugiarsi in un posto più difendibile, l’odierna frazione di Nogiano. Questo nuovo insediamento, che risale al 520 a.C., fu denominato Aruntia, “le case dei forti”, e successivamente Arintha. Lo storico Ecateo di Mileto, vissuto nel 500 a.C., cita Arintha come Città della Bretia di origine enotra. Le sorti della città seguirono quelle della vicina Cosentia. Durante la dominazione Romana, Arintha fu ‘Municipio’, ma quando Spartaco con la sua armata passò per la valle del Crati, molti acheruntini lo seguirono, fino a trovare la morte. Con l’arrivo dei barbari nei pressi di Cosentia, anche gli acheruntini opposero una strenua resistenza, ma nonostante il loro sforzo tutti i territori di Arintha caddero nelle mani dei barbari nel 547. Nei secoli successivi, cosi come per molti comuni calabresi, anche Arintha subì le dominazioni Bizantino e Musulmana, quest’ultima contrastata dai Rendesi che nel 721 presero parte alla lotta per la liberazione del territorio di Napoli. La reazione Saracena fu durissima e le città di Arintha, Bisignano, Montalto e Cosenza subirono le ritorsioni dei Musulmani, ma nel 921 un’importante battaglia fu vinta e si liberò la valle del Crati dall’oppressione Musulmana. I Saraceni ritornarono più numerosi di prima e costrinsero i ribelli a rifugiarsi in Sila; poterono tornare nelle loro terre solo con l’avvento dei Normanni, nel 1059.

Arintha passò sotto il diretto controllo dei Normanni, in particolare di Roberto il Guiscardo, che impose alla Città, il pagamento di tributi e la presenza di un “Signore”, il vescovo-conte di Cosenza. Ma nel 1091 tutto il circondario del cosentino si ribellò per le tasse troppo elevate. Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo ed erede designato, subentrato al padre nella gestione del territorio, chiese l’intervento di Ruggero I, suo zio, e di Boemondo, suo fratellastro maggiore, che repressero la ribellione con la forza.
Boemondo ottenne per il suo intervento il controllo della contea di Cosenza. [4]
Boemondo d’Altavilla decise di realizzare un Castello sull’attuale solitario colle, tra i torrenti Surdo ed Emoli, da cui si domina buona parte della valle del Crati. La realizzazione dell’imponente struttura fu portata a termine nel 1095 con l’aiuto di Mirandi Artifices[5]. È in questo periodo[6] che per la prima volta compare in documenti ufficiali la denominazione Renne che significa Regno[7] in francese antico[8].
Rende ed il suo castello diventano la base di Boemondo, prima che questi parta per la Crociata nel 1096. Nella sua impresa fu seguito da un cavaliere rendese, Pietro Migliarese, che condusse con se quattro militi ed otto inservienti, ed al cui seguito si unirono anche i Mirandi Artifices[5] già impegnati nella costruzione del castello. Boemondo ritornò a Rende nel 1106 e ancora nel 1111, poco prima di morire. Il terremoto del 1184 provocò gravi danni, danneggiando il castello e alcune chiese, Rende conobbe un periodo di recessione. Dal 1189 si assistette nel regno di Sicilia ad una lotta per la successione a Guglielmo II il buono, ma solo nel 1194 fu posta la parola fine con la discesa nel regno di Sicilia di Enrico VI, marito di Costanza d’Altavilla ed erede designata dallo stesso Guglielmo. Passando in queste terre Enrico VI pretese il pagamento di ingenti tributi che la gente di Rende non avrebbe mai potuto onorare. In difesa di questi intervenne il Beato Gioacchino da Fiore, confessore di Costanza. Infatti egli conosceva bene i rendesi, passò quasi un anno tra le montagne di Rende prima di diventare Abate di Corazzo. Dopo la morte di Enrico VI avvenuta poco dopo, Rende visse un periodo florido, grazie anche alla protezione di Costanza.

Nel periodo svevo, Federico II confermò l’appartenenza delle terre di Rende all’arcivescovo di Cosenza. Quando il Re venne a Cosenza per l’inaugurazione del Duomo nel 1222 i cittadini di Rende erano presenti con il loro gonfalone che raffigurava le tre torri del castello su uno sfondo bianco e rosso, i colori del blasone di Boemondo. Dopo la morte di Federico, si assistette alla disputa sulla sua successione, conclusasi nel 1266 con la battaglia di Benevento che vide la vittoria di Carlo d’Angiò contro Manfredi; nell’atrio del castello è tuttora visibile un’incisione dell’epoca che ricorda la presenza di mille rendesi schierati contro Manfredi.
Nel periodo Angioino, Rende venne affidata al Vescovo-Conte di Cosenza, di cui seguì le sorti. Dopo alterne vicende, si ritrova dal 1319 la presenza della famiglia Migliarese da Rende al servizio della Casa d’Angiò. Giovanni Migliarese venne nominato cavaliere di compagnia del Re Roberto d’Angiò e Godefrido Migliarese venne investito del feudo di Malvito. Nel 1437 Rende, come tutta la Calabria, passò sotto il dominio aragonese e fu data in feudo alla Famiglia Adorno di Genova nel 1442. Nel marzo del 1460 il re Ferrante d’Aragona investì della contea di Rende (con Domanico, Mendicino, Carolei e San Fili) il nobile calabrese di origine normanna Luca Sanseverino, il quale di lì a poco diverrà anche principe di Bisignano. La contea passerà quindi a Geronimo (Gerolamo) Sanseverino, secondo principe di Bisignano, il quale però la perderà per confisca regia nel 1487 in occasione della “congiura dei baroni” contro il re Ferrante. I Sanseverino furono in seguito perdonati e reintegrati nei loro possedimenti. Con l’avvento di Carlo V e dopo una nuova ribellione dei Sanseverino, nel 1528, la contea di Rende venne concessa a don Pedro Gonzales d’Alarcon de Mendoza, marchese della Valle Siciliana e governatore di Cosenza. Nel 1535 don Pedro d’Alarçon guidò i rendesi, imbarcatisi a Napoli con il re Carlo V, nella battaglia di Tunisi contro i Mori.
Nel frattempo i Sanseverino non avevano affatto rinunciato al controllo della contea di Rende, perché nel 1543 diedero in moglie a Ferdinando d’Alarcon – figlio di don Pedro – la primogenita di Pietro Antonio Sanseverino principe di Bisignano, Eleonora (Dianora). Una delle clausole matrimoniali prevedeva che Eleonora Sanseverino divenisse la titolare dell’amministrazione della contea di Rende. In seguito la contea fu elevata al rango di marchesato. Il dominio su Rende degli Alarçon de Mendoza durò fino al 1806, anno in cui il governo napoleonico decise l’eversione della feudalità. Durante questo periodo i rendesi furono al fianco dell’imperatore Filippo II e con Ferdinando d’Alarçon nel 1565, sotto il comando di Gian Domenico Migliarese, nella battaglia di Malta contro i Turchi; e poi nel 1571 nella battaglia di Lepanto guidati da Diego de Guiera.

Nel 1794 anche a Rende presero corpo le idee della Rivoluzione francese. I soprusi, le tasse e le ingiustizie aumentarono l’odio verso il dominio borbonico. Portavoce di questo malumore fu Domenico Vanni che ricevette Gioacchino Murat, Maresciallo dell’Impero con Napoleone, quando questi passò da Cosenza. Nel 1817 il Castello venne venduto alla famiglia Magdalone, proprietaria anche di numerosi terreni del Marchesato. Durante il risorgimento, anche i rendesi si stancarono di francesi e borbonici e molti di loro diventarono carbonari partecipando ai moti del 1820-21 e del 1831. Nel 1860 l’entusiasmo per lo sbarco dei mille a Marsala contagiò anche i rendesi che diedero vita al “Comitato centrale della calabria” per dare appoggio logistico e militare, nonché rifornimenti, a Garibaldi che con le sue truppe si accampò in località Marchesino.
Il 24 agosto del 1860 Rende insorse contro i Borboni e acclamò Vittorio Emanuele II, re d’Italia.